Palazzo Forti - Verona - galleria d'arte moderna

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Orizzonti aperti. Da Felice Casorati a Vanessa Beecroft

Biografia di Medhat Shafik

Nato nel 1956 ad El Badari (Assiut), l'artista egiziano vive in Italia dal 1976. Dopo essersi diplomato in Pittura e Scenografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, dagli anni Ottanta ha partecipato a molte manifestazioni artistiche, soprattutto in Italia ed in Egitto, ottenendo importanti riconoscimenti. Nel 1995 ha ricevuto il Leone d'Oro alle Nazioni nella Biennale di Venezia.
L'universo espressivo di Shafik ruota attorno ad alcuni elementi: il silenzio ancestrale del deserto, vissuto come luogo della memoria, di se stesso e del tempo, il volo fantastico condotto sulle ali di miraggi interiori, l'alchimia del colore. Nelle opere degli anni Novanta, infatti, Shafik usa il colore come una materia viva, pregna di potenzialità, che egli traduce in mondi possibili, viaggi metaforici sulle antiche vie della seta, percorsi dell'anima nel silenzio, nella fiaba, in un universo sospeso al limite del confine tra l'occidente e l'oriente. Un deserto che si configura come luogo mentale, quintessenza materiale dello spirito in cui l'angolo più recondito dell'animo diventa l'infinitesimale granello di sabbia perso nella trama dell'universo.
La dimora del poeta, donata dall'artista a Palazzo Forti, è per certi aspetti una summa della sua precedente ricerca e, probabilmente, l'apertura di un nuovo orizzonte espressivo: i colori abbandonano lo spazio della tela e intensificano il loro significato alchemico nel volo che li accompagna entro la dimora del poeta (la sua anima) ed oltre (l'universo), come antiche stoffe orientali, pregne del respiro originario della terra. La dimora del poeta, dell'uomo che nella sua essenza più profonda è poeta, è dentro e fuori del tempo e dallo spazio: la sabbia bianca desertica, le lenzuola bianche ed il velo trasparente delle pareti evocano il silenzio. Esso è la forza che si sprigiona dall'opera: è metafora visiva del profondo silenzio dell'anima, pronto a colorarsi di miraggi, sogni, visioni, che hanno già preso corpo nei dipinti di Shafik, ed ora rimangono sospesi come presagi incompiuti del viaggio senza tempo dell'anima, in cui lo spettatore è coinvolto. Shafik è davvero quel "narratore vagabondo" che egli si definisce, capace di comunicare nel silenzio.

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